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12/17/2012

Uno indiviso - Alcìde Pierantozzi


“Kehinde, il fratello buono, forse non è così buono. Taiwo, il fratello cattivo, forse non è così cattivo.”






Sono due, uno, sono uno indiviso i due fratelli siamesi Kehinde e Taiwo. Nati così, a ipsilon, due busti e solo un paio di gambe. Due cervelli in due teste diverse come  la lingua di un serpente, come due parti di una stessa medaglia indivisibile. Lavorano in una sauna per soli uomini. Nascosti dietro un bancone, hanno il compito di dare le chiavi degli armadietti, fornire asciugamani e preservativi e altri servizi, senza mai far vedere la parte inferiore delle loro arti. Intanto osservano tutto quello che succede lì dentro, dagli appuntamenti più normali alle esperienze sessuali più crudeli. Tutta quella violenza si riverbera su qualsiasi essere finché trova sfogo nell’omicidio di due donne.

Strutturato in gironi, il romanzo presenta l’inferno del mondo d’oggi. I due fratelli, simili ai vasi comunicanti, si raccontano ognuno dal suo punto di vista, scambiando discorsi filosofici e delicati come l’amore divino, la chiesa, l’aborto, il bene e la giustificazione perversa del male, l’omicidio ecc.

Con un linguaggio proprio del surrealismo dalle pagine rimbalzano immagini quasi ripugnanti, descritti a dovizia di dettagli che non ci si riesce più a distinguere tra sogno e realtà, tra ombra e luce, tra conscio e inconscio.

Dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini, l’epilogo del romanzo ritrova una sorta di serenità solo nel passato: “Caspita, fratello. Vieni dal cielo profondo e mi racconti la storia del mondo con una grande metafora”.

Ci si ritrova a ricordare i versi di Pasolini: 
“E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più.”


(Io sono una forza del passato)



 

Aida Baro


9/19/2012

Viaggio nella notte di Massimiliano Santarossa





Non è un viaggio di piacere, un percorso tra i locali notturni, dove falsamente si balla e ci si diverte quello dell’autore Massimiliano Santarossa, nel suo "Viaggio nella notte" (Hacca Edizione) Al contrario, è un viaggio nella vita vera, un percorso esterno e interno di un’anima in pena, che racconta con sangue freddo, senza patetismo, le vicissitudini di una vita sprecata.
Il personaggio non ha un nome proprio, rappresentante com’è di un’intera generazione che cresce e lavora e si strugge tutta una vita rendendosi conto “dell’inferno sulla terra, nella terra, dentro la terra”.
Il giovane già vecchio percorre i luoghi della sua vita quotidiana, l’alba già notte, i capannoni - le balene di cemento che ingoiano senza pietà gli anni migliori della gioventù, l’asfalto nero, i colori della morte.
Passano in rivista donne trattate con tenerezza, “mamma ragazza la chiamavano, mamma sola e senza nessuno la vedevo io”, prostitute tristi con la dignità delle vere signore che rallegrano un po’ i giorni dei morti viventi e in un attimo gli danno l’illusione della vita, il ricordo dell’amore ormai perduto, che fungeva da scudo dal gelo del cielo, la madre urlante per non aver saputo salvare il figlio.
L’uomo cerca salvezza nel cielo, in Dio, gli urla contro, ma Lui ormai non sente più nessuno, non sente né Bianchetto, che affoga le disperazioni nel bicchiere di vino, né il ragazzo che si dice cantante, o artista “che canta con la sua chitarra la rabbia di una generazione sbranata dai mostri divenuti padri o dai padri divenuti mostri”, né il vecchio poeta buono, che il mondo sempliciotto non riesce a capire, né il ragazzo che non troverà mai pace nella droga.
E infine, abbandonato da se stesso, la decisione finale: quella di non tornare più indietro, di mettere fine a tutte le sofferenze, sperando in un silenzio totale.
Ma dov’è Dio in tutto questo? Forse dopo aver dato all’umanità la possibilità di scegliere tra il bene e il male, tra la ricchezza materiale e quella spirituale, tra la vita felice nei campi e la brutta industrializzazione in nome del progresso, l’abbiamo già cacciato via, l’abbiamo rinchiuso fuori da noi?
Il viaggio continua nella notte fonda nella ricerca disperata di una lucciola che dia l’indicazione giusta verso il sole, ma più che la disperazione, in questo romanzo vorrei vedere la protesta contro tutto e tutti, contro il male, che ormai non riusciamo più a distinguere dal bene. 


p.s. Questa mia recensione è stata pubblicata anche su Shilab

4/27/2012

Ragazzi di vita: tra la sopravvivenza e gli schemi della società




Se volessimo definire con un’unica parola l’opera di Pier Paolo Pasolini, sarebbe un’impresa alquanto impossibile, ma proiettandolo sotto una luce diversa e nuova, potremmo scegliere “relogificante”, un termine insolito che indica la costruzione di una nuova ragione, il ridare un altro significato profondo alla vita e al mondo. In funzione a questa nuova ragione, Pier Paolo Pasolini ci racconta in modo scabro e spietato i mille volti di questo nostro mondo antico. Ne è testimone il suo romanzo “Ragazzi di vita”,  pubblicato  per la prima volta da Garzanti Editore, nel 1955, una epopea corale di un mondo disgregato e sgretolato.

Con pennellate di un realismo crudo, Pasolini descrive un gruppo di ragazzi tra i dieci e i vent’anni in una Roma completamente sconosciuta agli occhi dei turisti, esattamente il contrario dell’idillio poetico della capitale dell’ amore. L’immaginario di una bella vita svanisce sin dalle prime pagine del romanzo. La Roma del Colosseo si sostituisce ai sobborghi romani, nella più squallida miseria, dove non esiste più il rispetto per la legge, sennonché il rispetto per la legge della giungla, ovvero quella della sopravivenza. Non esiste più la morale sociale, ma il vizio si propone come una forma di furbizia per riuscire a  strappare dalla vita quel poco che serve per stare al mondo e per assecondare le esigenze più primitive dell’uomo.
“Ragazzi di vita”, da un certo punto di vista, è un romanzo di carattere esistenziale. I personaggi, i ragazzi dei sobborghi, in questo secondo dopoguerra non rimuginano, non riflettono sulla condizione umana, ma agiscono e si preoccupano soltanto della loro esistenza quotidiana.  La debolezza, la fragilità sono sentimenti frivoli per il Ricetto, il Cacciotta, Amerigo, Alduccio e tanti altri, perché la mancanza di un punto di riferimento come la famigla, l’asprezza della vita, la miseria, la fame li porta a compiere atti crudeli e a divertirsi anche nei momenti più cupi. Loro non si fanno scrupoli a rubare e a giocare poi in bische quelle poche piotte rubate,  a uccidere per il puro piacere del divertimento,  anche se il morto è uno di loro. Il bullismo si dimostra in  qualsiasi circostanza, sopratutto con i più piccoli e i più deboli.

Pasolini ci accompagna attraverso la Tiburtina, Porta Portese, Prenestina, Lungotevere, Villa Borghese, il fiume Aniene dando delle descrizioni alquanto vere e bellissime della città, a volte in funzione dello stato emozionale dei personaggi, a volte per creare un’atmosfera quasi irreale.
Il linguaggio usato, non a caso  da Pasolini, che va oltre l’italiano standard, è un pastiche di dialetto romanesco e grazie a questo strumento ingegnoso la storia è più verosimile, le espressioni linguistiche fanno da tramite per riuscire ad entrare in quel mondo corrotto e malato, che nessuno  vede. In questi ragazzi non esiste la coscienza sociale, la ribellione, la voglia di ribaltare lo stato delle cose.  La repulsione verso questo mondo nella prima infanzia, da adulti, si trasforma in desiderio di uniformità e opportunismo alla società odierna.
Roma non sarà piu la stessa per me. 


Pubblicato prima su: http://www.shilab.it/ e http://profesion.al/